Liberi e Uguali (i non allineati)

Continuiamo la serie di articoli che vogliono offrire uno spunto critico sui partiti che si contendono la vittoria alle elezioni politiche 2018, anche per arrivare più consapevoli al voto del 4 marzo. Oggi ecco la riflessione su Liberi e Uguali. Buona lettura (n.d.C.) 

I “non allineati” ci riprovano.

Dopo i tentativi di Fausto Bertinotti nel 2008 e di Antonio Ingroia nel 2013 tocca a Pietro Grasso provare a condurre l’imbarcazione della sinistra-sinistra oltre la soglia di sbarramento.

La scelta del leader, come nel 2013, è ricaduta su una figura proveniente dai ranghi della magistratura fornendo buoni argomenti ai detrattori dell’asserita “santa alleanza” tra una “certa sinistra” e le Procure della Repubblica.

Ciononostante tale questione è priva di attualità a livello mediatico, il che è giustificato anche dalle diserzioni di De Magistris, Di Pietro e dello stesso Ingroia.

Tuttavia le ragioni principali sembrano ben altre.

I fatti di cronaca, infatti, hanno spostato il fulcro del dibattito politico su una questione che fa rivivere a parte del tessuto sociale un deja-vu collettivo: ci si riferisce, ovviamente, alle manifestazioni antifasciste contrapposte ai cortei organizzati dalle formazioni di destra. La campagna elettorale, pertanto, sta vedendo il protagonismo della Presidente della Camera Laura Boldrini impegnata quotidianamente nell’esternazione di pubblici proclami antifascisti.

La maggioranza silenziosa assiste a tutto questo con ironico distacco come se si trovasse dinnanzi ad immagini di repertorio della campagna elettorale del 1972.

Infatti non è né l’approccio legalista, né il ricorso all’anacronistica dialettica antifascista a destare le maggiori perplessità del corpo elettorale. Sono le linee programmatiche relative alla politica economica e fiscale del “quarto polo” a far storcere più di un naso.

La sinistra- sinistra propone una virata decisiva in direzione dell’aumento vertiginoso della spesa pubblica. In particolare il programma parla di abolizione delle tasse universitarie; borse di studio, investimenti pubblici in sicurezza del territorio, delle scuole, degli ospedali, degli edifici pubblici e delle abitazioni, in energie alternative, in risorse idriche, istruzione, sanità, trasporto pubblico, cultura, ricerca; sblocco del turnover ed estensione del Reddito di Inclusione. Tutto questo senza ovviamente indicare le eventuali coperture (salvo il solito stucchevole richiamo alla lotta all’evasione).

Tuttavia le proposte riguardanti il lato attivo del bilancio pubblico sono quelle che hanno avuto il maggiore risalto mediatico. Ebbene in cima alla lista delle proposte di LeU c’è l’istituzione di un’imposta unica su redditi da capitale e patrimoni. Sebbene i maggiorenti del movimento guidato da Pietro Grasso abbiano precisato che la misura prevista «include la metà dei contribuenti», mentre «chi è sotto la media non paga niente», il semplice paventare il ricorso alla famigerata “patrimoniale” potrebbe essere stata una mossa poco lungimirante.

A tal riguardo si consideri che il contesto economico attuale vede crescere costantemente la propensione al risparmio delle famiglie italiane. Al contrario di quanto si possa pensare tale contegno non è un elemento sintomatico positivo. Invero la propensione al risparmio è ricollegata ad una scarsa fiducia delle famiglie nei confronti del mercato. Dopo più di 10 anni di tribolazioni il tessuto sociale ha maturato la convinzione che “la crisi non è una crisi” ovverosia che la recessione non ha carattere congiunturale.

Il risparmio è un rifugio per fronteggiare la paura. Manifestare l’intensione di irrompere nel rifugio per razziare le “riserve delle formichine” potrebbe essere stata una pessima idea.

Pertanto tutti i dibattiti e le faide interne sulle eventuali intese post-voto sembrano quantomeno premature: la soglia del 3% deve essere ancora superata ed i precedenti relativi alle prestazioni delle forze a sinistra del PD nelle precedenti competizioni elettorali non sono confortanti.

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