L’interrogativo della legge sul biotestamento

Il problema della legge sul biotestamento non è tanto il biotestamento in sé, ma il principio che comporta. Con una legge sul tema si afferma che la vita (o più esattamente: la soppressione della vita, cioè la morte) è competenza della legge stessa, cioè del Parlamento, cioè della maggioranza dei rappresentanti dei partiti eletti. Insomma, si dice che il diritto regola anche i casi e le possibilità di morte dei cittadini. Nella società si possono distinguere due nette impostazioni mentali, che caratterizzano anche gli studenti di Giurisprudenza già nei primi anni di studio. Ci sono i fanatici del diritto, che ritengono questo l’unico strumento in grado di regolare i rapporti umani; e ci sono i minimalisti, minoritari, che osservano come il diritto sia solo uno degli strumenti umani a disposizione delle società per regolare i propri rapporti.

Credo che il biotestamento offra proprio lo spunto per ragionare sull’invadenza del giuridico in rapporti umani che le società antiche, saggiamente, regolavano con altri sistemi: la morale, la religione, il buon senso.

Legiferare significa imporre con l’autorità del diritto situazioni giuridiche soggettive attive e passive. Invece un rapporto spontaneo nasce e si sviluppa fuori dal diritto, con l’etica e la morale, ciò che in fondo anche i giuristi riconoscono quando usano espressioni come “senso comune”, “diligenza del buon padre di famiglia”, “buon costume” e simili.

Il diritto può intervenire “sopra” la morale, oppure “al posto” della morale. In rapporti tipicamente etici, religiosi o estremamente politici (cioè controversi e fondamentali), il fatto stesso che intervenga il diritto è sintomo che su quel tema la società non riesce a decidere da sola. I cittadini hanno smesso di produrre un proprio senso comune (o comune sentire). Le fucine di senso comune non saranno mai le istituzioni, con buona pace dei cari cugini francesi, sono le agenzie educative non formali. So che ormai è un cliché, ma prima di tutto la comunità più intima e fondamentale da cui parte la vita: la famiglia.

Siamo sicuri che sia giusto affidare la morte ai tribunali? Certo, data la situazione, per cui ogni cittadino pretende davanti ai tribunali non ciò che è lecito per la legge, ma ciò che desidera a prescindere dal diritto (ad esempio la morte del proprio caro), una legge è lo strumento più “giusto” per tutelare le parti in causa, a partire dai medici costretti tra le pretese dei cittadini (alla morte), gli obblighi di legge e del proprio giuramento (a salvare la vita). Un bel problema.

Personalmente preferisco che siano i tribunali del foro interno, della coscienza, ad occuparsi della morte. Quando questi rapporti arrivano nelle Corti non è mai il sintomo del progresso, ma della resa delle società alle logiche dell’individuo. E intanto la società accetta un principio: la morte delle persone è disponibile dalla maggioranza, può una maggioranza stabilire in quali casi e con quali modalità è “giusto”, cioè conforme al diritto (ius), dare la morte.

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