Luigi Sturzo e il dovere di essere morali

“ Il dovere di essere morali nella vita pubblica è superiore agli accorgimenti politici e alle mire di successo” : lo scriveva, Don Sturzo, su “l’Italia” , a conclusione di un articolo intitolato “Moralizziamo la vita pubblica”.

Come sappiamo, molti pensatori, storici, politici, hanno posto a base della loro attività, talvolta del loro impegno personale, la questione della moralizzazione della vita pubblica, per tutti, mi piace citare Tocqueville dei suoi accorati discorsi parlamentari.

Don Sturzo annotava nel suo articolo che la presenza di una “ efficace vigilanza dell’opinione pubblica e una pressione popolare per la moralità amministrativa e politica” costituisce un argine indispensabile per contenere l’abuso di potere in tutte le varie forme in cui esso si presenta.

Lo affermava in un’epoca nella quale il sistema di informazione basato sulla stampa e sulla radio, pur provvisto di eminenti intelligenze, non aveva certo l’ampiezza di quello odierno. Dalla televisione ad Internet e dalle interazioni tra loro e con la radio e la stampa,  è cresciuto quello che, a ragione, è definito un perfezionato circuito di comunicazione e, altrettanto a ragione, è ritenuto tout court un potere, per quanto sciolto da una  esplicita, dedicata copertura costituzionale.

Non che la comunicazione formale costituisca l’unico strumento di garanzia della vigilanza dell’opinione pubblica sulla corruzione , dovendosi farla precedere dalla moralità intrinseca, originaria della persona. E sorridano pure “ coloro che non credono che l’uomo sappia o possa resistere alle tentazioni”.

Così si esprime Don Sturzo, consentendoci, con quel suo essere consapevole dell’esistenza di tanti “ scettici di professione”, di allargare lo sguardo, di osar pensare che vi sia una matrice, fra le altre possibili, del dilagare dell’immoralità, certamente nella vita pubblica, nelle amministrazioni. Cioè in quei soggetti che sotto la giurisdizione dei principi costituzionali e delle leggi di attuazione avrebbero il compito di impedire la corruzione. Ma che, quasi inevitabilmente, da quella matrice, da quella fonte di produzione di ogni abuso di potere, tragga vitalità una piaga che infetta ogni altra attività organizzata dello Stato.

Se è vero che, come dice Don Sturzo, “ l’immoralità pubblica non è caratterizzata solo dallo sperpero del denaro, dalle malversazioni e dai peculati”, potendo dilungarsi in una lista interminabile di singoli, concreti esempi di corruzione ( per l’appunto favorire le persone incompetenti negli impieghi pubblici, abusare della propria posizione, manomettere i concorsi pubblici, alterare le procedure d’appalto), può ritenersi che proprio il fatto di annidarsi, questa immoralità,  nei gangli vitali degli ordinamenti pubblici, produca un effetto esondativo nell’intera società. Come spiegare, diversamente, il giustificazionismo di coloro che hanno in mano i mezzi dell’opinione pubblica?

Nei commerci, nelle produzioni di beni e servizi, accanto ad una immoralità indotta dal pubblico, la richiesta di danaro e di altre utilità per favorire ingiustamente questa o quella impresa, c’è una immoralità autonoma fatta di continuate violazioni di legge. Una per tutte, l’evasione fiscale. E poi la distruzione sistematica  dell’ambiente, gli attentati alla salute delle persone, le sopraffazioni odiose sui lavoratori, e via enumerando.

Dice Don Sturzo:” ma non si corregge tale immoralità solo con le prediche o con gli articoli dei giornali”.  Ha avuto ragione, ha ragione. Con molta fatica, oggi, possiamo contare su prediche ed articoli di giornali. Vale a dire, oggi, abbiamo meno speranze di quelle che aveva Don Sturzo.

Oggi, a distanza di alcuni decenni, manca la forza dei comportamenti esemplari. Ce ne saranno, sicuramente, ma non riescono a scalfire la corazza sociale che difende l’immoralità adattandosi alle forme del nostro paese, quelle dei territori, quelle delle leggi, quelle delle associazioni, delle organizzazioni di rappresentanza politica e sindacale. Una specie di maledizione induce comportamenti individuali piuttosto proni alle forze dell’immoralità, nella speranza di averne vantaggi, che non coraggiosi nella denuncia, forti nella resistenza.

Osservava Don Sturzo: “  c’è tanta corruzione in giro, ci sono appetiti a danno dello Stato che non si ha più il senso della misura, se non si mette una barriera in nome di principi saldi, sarà impossibile farvi argine”.

Principi saldi. Pensiamo di averne, di esserne testimoni, di attingere alla morale cristiana, di difenderli. Ma, se facciamo un esame di coscienza, allora dobbiamo ammettere che la nostra azione è insufficiente. L’immoralità trionfa e crea un’ingiustizia diffusa travolge le persone, i loro rapporti, la lealtà, la giustizia, la dignità.

Nel frattempo la forza di cui gode il potere immorale impaurisce le persone che, nell’isolamento provocato dall’osservazione dei poteri pubblici che costituiscono e sono la sede della corruzione, assumono un atteggiamento “ inchinevole”.

Come osservava Croce nella sua storia d’Italia , a proposito del trasformismo che aveva affermato la regola di comportamento generalizzato secondo la quale, vigente quella formula politica “bisognava occuparsi della semplice amministrazione” (e ricorda Croce come Mazzini avesse ben veduto che il problema della società moderna, come quella di ogni tempo, è problema di educazione o rieducazione morale), il conformismo dei nostri giorni spinge, con la forza diffusiva del monopolio della comunicazione detenuto dai poteri immorali, ad occuparci di niente, a pretendere qualche bene inutile, a godere di una partecipazione limitata all’ascolto. Cosicché, pur con alcune eccezioni, peraltro facilmente assorbite dalla forza dell’ingiustizia, non si forma spontaneamente nella società una domanda capace di affermare l’esigenza di stabilire nuove regole del viver comune.

Solo così, si può venire a capo di quell’arcano che impedisce al Parlamento di approvare una nuova legge elettorale; di dare la precedenza ai beni comuni sugli interessi privati; di approvare leggi semplici, non intaccate nella loro sacralità dalla strumentalità verso poteri ingiusti, quando non immorali.

Una ricetta Don Sturzo, alla fine del suo articolo ce la fornisce: “ il dovere di essere morali nella vita pubblica è superiore agli accorgimenti politici e alle mire di successo”.

Non si vede, oggi, un soggetto che interpreti, senza condizioni, questa regola. Allora, al fondatore del partito popolare, se non vogliamo riservare soltanto un ossequio formale, dobbiamo promettere di impegnarci per la creazione “ delle basi di uno Stato fortificato per la morale e nella morale”.

1 Commento

  1. Giuseppe Sbardella ha detto:

    L’articolo di Sandro Diotallevi e il pensiero di Luigi Sturzo interpellano tutti, credenti e non credenti, e invitano a non perdersi d’animo ma a costruire, tramite il dialogo e la ricerca di programmi condivisi, anche nel contesto globale del XXI secolo, una società a misura della persona umana.