Papa Francesco innova anche in tema di Dottrina Sociale della Chiesa?

Il nuovo pontificato di Francesco sta imprimendo, gradualmente ma progressivamente, una grande accelerazione al cammino della Chiesa in tutto il mondo, procedendo nel contempo a incisivi chiarimenti sia nel modo di comunicare gli insegnamenti della Chiesa, sia nel dare maggior risalto ad alcuni argomenti piuttosto che ad altri, attingendo sempre, comunque, all’immutabile (nella sostanza) ”depositum fidei”.

Questa osservazione vale anche per la Dottrina Sociale della Chiesa (che chiameremo d’ora in poi, per brevità, DSC).

In primo luogo molti commentatori hanno rilevato la messa in seconda linea dei cosiddetti valori non negoziabili  (in breve diritto alla vita dal suo primo sorgere alla morte naturale, tutela della famiglia e del suo diritto ad educare la prole, i diritti derivanti dalla giustizia sociale).

Il Papa, a chi gli faceva osservare che, contrariamente al suo predecessore, non nominava più questi valori, ha risposto che non gli pareva necessario insistere su questi argomenti sui quali la posizione della Chiesa è unanime e immutabile, ma che preferiva insistere su messaggi pastorali improntati alla speranza, al dialogo al camminare insieme.

Ma forse la questione merita di essere ulteriormente approfondita.

Enunciare non solo alcuni valori, ma anche dichiararli non negoziabili, equivale concretamente a sostituirsi, su tali precisi temi, ai laici cristiani impegnati in politica, ponendo precisi limiti alla loro capacità di mediazione (modalità di azione politica indispensabile in una nazione democratica, laddove ha pieno valore di cittadinanza il pluralismo culturale e politico).

Secondo questa impostazione un cristiano, per potersi dichiarare tale, deve difendere questi valori nella loro integralità, a qualunque costo e a spada tratta, senza poter incamminarsi in percorsi alternativi capaci di giungere allo stesso risultato con il dialogo e partendo dal cambiamento degli atteggiamenti culturali  o della struttura socio economica.

Quanto appena evidenziato è, d’altra parte, il frutto coerente dell’impostazione della DSC negli ultimi 35 anni (collimanti con i pontificati e la visione culturale di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI).

Il contenuto essenziale di questa impostazione appare evidente (oltre che in altri documenti della Gerarchia) in questo brano del Compendio della DSC: “Il cristiano sa di poter trovare nella dottrina sociale della Chiesa i principi di riflessione, i criteri di giudizio e le direttive di azione da cui partire per promuovere un umanesimo integrale e solidale[1].
Alla luce di quanto appena letto appare pienamente conseguente la posizione dei Pastori della Chiesa Cattolica nell’indicare ai politici cristiani non solo “i principi di riflessione” (in altri termini i valori) ai quali ispirare la propria azione, ma anche “i criteri di giudizio” e  le “direttive di azione”.

L’etichetta di “non negoziabili” attribuita a certi valori assume, in questo contesto, il carattere di certo criterio di giudizio e di vincolante direttiva di azione.

Anche in questo campo però l’azione di Francesco appare innovativa.

Nel colloquio, recentemente intercorso con E. Scalfari, Francesco afferma: “Io credo che i cattolici impegnati nella politica hanno dentro di loro i valori della religione e una loro matura coscienza e competenza per attuarli. La Chiesa non andrà mai oltre il compito di esprimere e diffondere i suoi valori, almeno fin quando io sarò qui”.
Certo non si tratta di una affermazione fatta in una enciclica ma è comunque un giudizio espresso con chiarezza dal Papa e come tale indica una sua precisa impostazione. Il fatto che non sia espresso in una enciclica non appare una obiezione rilevante; ormai dovrebbe essere evidente che Francesco ha cambiato il modo papale di comunicare e che i suoi più importanti strumenti di comunicazione appaiono essere le prediche giornaliere a S. Marta e le interviste o le lettere su giornali e riviste, cristiani e non.
Francesco affermando che la Chiesa non andrà mai oltre il compito di esprimere e diffondere i suoi valori sembra fare un passo indietro rispetto alla precedente impostazione, affidando alla matura coscienza e competenza dei cristiani impegnati in politica il compito di saper assumere validi criteri di giudizio e di agire coerentemente.
Non pare pellegrino ricollegare questa impostazione con quella del Concilio Vaticano II, particolarmente laddove parla dell’ indole secolare specifica dei fedeli laici di “trattare le cose temporali e ordinarle secondo”[2] e della legittima autonomia delle realtà temporali[3].

Sembra dunque che vi sia un ritorno dell’impostazione di restituire ai fedeli laici il compito di incarnare, con le necessarie mediazioni, i valori cristiani nell’attività politica.
Questo non vuol dire sminuire quelli che sono stati chiamati valori non negoziabili (e che apparirebbe più corretto definirli come “fondanti”) ma modificare il modo di promuoverli, attraverso il dialogo, la condivisione, il percorrere un cammino che sia attento alle difficoltà socio-economiche che ne ostacolano spesso l’attuazione.

E’ importante sottolineare come questo aggiornamento dell’impostazione potrebbe avere anche serie conseguenze sul tema dell’unità politica dei cristiani.
Una Gerarchia che faccia un passo indietro, che si limiti a enunciare i principi e ad affidare alla coscienza e competenza dei cristiani impegnati in politica il compito di una loro coerente attuazione, è anche una Gerarchia che dovrebbe essere profondamente disinteressata al tema delle modalità concrete di svolgimento dell’azione politica dei cristiani, se, ad esempio, portata avanti in più politici o in un unico partito politico.
E nel caso di quest’ultima opzione si dovrebbe trattare di una Gerarchia disinteressata a guidare o ad orientare espressamente o riservatamente l’azione di un partito di cristiani.
Paradossalmente una Gerarchia che tornasse a compiere una scelta meramente pastorale (senza risvolti politici) potrebbe molto facilitare se non stimolare l’inizio di un costruttivo dialogo fra i cristiani impegnati in politica e rivolto a creare forme più coinvolgenti di collaborazione.
E’ una domanda aperta, ma anche un auspicio personale.

 


[1] “Commento della Dottrina Sociale della Chiesa” Introduzione, paragr. 7

 

[2] “Lumen Gentium” cap. IV paragr. 31B

[3] “Gaudium et spes” cap. III paragr. 35,36, e cap. IV paragr. 43B e 43C

5 Commenti

  1. Emanuele Plasmati ha detto:

    Letto e sottoscritto con passione caro Giuseppe. Sottolineerei quanto la sua comunicazione il suo registro linguistico e pedagogico sia coerente al suo primo momento introduttivo come pontefice dove si rivolgeva coinvolgendo tutta la piazza nella preghiera mariana a tutto il popolo di Dio quasi affiancandolo responsabilizzandolo…conducendolo semplicemente come pastore..

  2. La penna nera ha detto:

    Caro Giuseppe

    FINALMENTE

    si spronano i cristiani a non aspettare la “pappa fatta” da chi dovrebbe dargli gli “input”a sfondo religioso ( come se loro fossero dei “minori” ) e al contempo ad usare il loro cervello e il loro discernimento per affrontare i problemi delle nostre comunità ( non mi piace parlare di Stato…sa di impersonale per me ).
    Ovvio che ognuno dovrà poi rispondere delle proprie azioni ed assumersi le proprie responsabilità .
    Insomma proprio come stanno facendo , da tempo immemorabile , i nostri politici che si professano di estrazione SIGH ! cristiana .
    Ciao Giusè
    un abbraccione a Pat

  3. Salvatore Scargiali ha detto:

    Analisi corretta. Valori fondanti e non più definiti non negoziabili. Possibilità ai laici cattolici di fare politica, la politica terra di mediazione, di soluzioni legate alle circostanze e alle realtà sociali del momento. Mediazione per i cattolici, se non per tutti, senza perdere di vista un piano di sviluppo coerente con le idee di base o appunto fondanti di ognuno. Un grande auspicio per riunire i cattolici in una politica comune. Vedo però difficile l’arretrarsi di quella parte dei cattolici che nel “non negoziabile” si era chiarita le idee sul da farsi, un modo facile per distinguersi, per sentirsi protagonisti: arroccarsi su idee chiare e indiscutibili, protestare, fare manifestazioni fino anche ad arrivare ad azioni limiti in qualche caso nel mondo. Tutto per sentirsi vivi, io dico a basso prezzo. Il prezzo facile del non pensare, non decidere, non capire, solo giudicare.

  4. Stefano M. ha detto:

    Giuseppe, mi trovo d’accordo al 100% con la tua analisi. Sui “valori non negoziabili” sono convinto anch’io che un Cristiano (impegnato o meno che sia in Politica) li abbia stampati nella propria coscienza e che non ci sia il bisogno di riaffermarli ad ogni occasione. Come mia personalissima considerazione al riguardo direi che bisogna però stare in guardia contro le facili strumentalizzazioni dei mass media che rischiano di far arrivare “messaggi distorti” soprattutto alle persone meno informate. Mi è capitato infatti di sentirmi chiedere da alcuni cosa pensassi del fatto che Papa Francesco sia favorevole al divorzio e all’omosessualità.

  5. giuseppe ha detto:

    Sono consapevole di cadere un pò nella nella retorica dicendo che un nuovo Francesco è venuto a rinnovare la Chiesa, ancora una volta nell Povertà. E dicendo che in questo Papa si riassume un pò tutta la grande eredità della Compagnia di Gesù. Vorrei sottolineare un aspetto che fa un pò sorridere, quando si afferma che Papa Francesco è un grande comunicatore. Cosa che succede ogni qual volta un uomo quasi sconosciuto si presenti con tutta la sua ricca ed originale umanità.
    In realtà i grandi comunicatori, e forse sarebbe ora di smetterla anche con questa parola, sono proprio quelli che non usano nessuna tecnica, mettendo a nudo senza reticenze la propria personalità.