La persona e l’antropologia del limite

“La persona umana tra senso del limite e fascino delle frontiere”. Il segretario della Conferenza episcopale italiana offre una riflessione sulla persona in occasione del Meeting di Rimini. Può aiutare anche il dibattito e la formazione dei ragazzi di Pèf, considerando che il messaggio vale sia per gli agnostici, per gli atei e per i credenti.

Pubblichiamo alcuni stralci del suo discorso.

  1. La persona umana, tra esperienza del limite e fascino delle frontiere

“Il nostro tempo è stato, tra l’altro e da più parti, definito come tempo post-filosofico, perché sempre meno attento alla giustificazione razionale degli orientamenti e delle scelte, individuali e pubbliche, guidate per lo più dal perseguimento di interessi e fini immediati e poco meditati, dettati spesso dalla ricerca dell’utile e meno da un progetto consapevole e a lunga scadenza. Solo apparentemente questo modo di agire è privo di presupposti teoretici e di reali obiettivi. In realtà, presupposti e obiettivi esistono, ma non sono esplicitati; rimangono sotto traccia, quasi non dovessero essere sottoposti a un vaglio attento. A ogni azione o orientamento corrisponde sempre un certo valore che si intende perseguire; sempre vi è alla base dell’agire una certa idea di persona, un ideale di essere umano e di società da raggiungere e verso il quale ci si incammina.

Possiamo dire allora che l’antropologia è l’elemento centrale e propulsivo del nostro operare, perché a partire da come pensiamo la persona umana e il modo in cui dovrebbe vivere, costruiamo, per quanto ci è possibile, un certo tipo di società e di esistenza individuale. Per questo motivo, è essenziale elaborare un’antropologia adeguata, senza la quale si sarà guidati da un’immagine distorta di ciò che siamo o dovremmo essere.

A partire dagli anni Settanta, abbiamo assistito a un radicale mutamento del paradigma antropologico, che ha contribuito a mettere al centro – talvolta enfatizzandola in maniera esclusiva – la libertà individuale, quasi rappresentasse l’unico vero valore. Questo dato viene oggi presupposto e assunto acriticamente, perché ritenuto del tutto evidente; ed è tacciato di essere retrogrado, repressivo e fuori dal tempo chi tenta di metterlo in discussione e mostrare, argomentando, che la persona non è solo libertà e libertà assoluta e che la sua è, come scriveva Emmanuel Mounier, una “libertà creata”. Non solo, ma l’uomo è tante altre cose ancora: ricerca di Dio e della verità, responsabilità, accettazione del sacrificio, alle quali è intimamente legato il raggiungimento di una libertà vera. Senza potere giustificare come si dovrebbe l’affermazione seguente, diciamo in breve che il relativismo che qui si manifesta vuole promuovere a tal punto la libertà individuale da non tollerare chi la intenda in altro modo, limitando la libertà altrui al fine di difenderla: autentica contraddizione e vero spirito post-filosofico, non razionale.

(…) La proposta che avanzo è di comprendere l’essere umano a partire dal limite, articolando così una “antropologia del limite, non nel senso di un’antropologia non orientata alla felicità o al benessere della persona; ma nel senso di un’antropologia che li persegue tenendo conto della nativa debolezza dell’uomo. Il limite, la “mancanza” non possono essere semplicisticamente messi da parte come un inconveniente o un elemento trascurabile, ma vanno assunti come elementi che strutturano radicalmente l’essere della persona, e vanno valorizzati come portatori di una potenziale ricchezza. (…)

    2.   Il limite non come ostacolo ma come via di compimento dell’umano

“Il limite è nell’Uomo un fattore propulsivo, in quanto genera il desiderio, che è il motore della volontà. Se l’uomo possedesse tutto, non cercherebbe nulla; se al contrario si scopre mancante, è mosso alla ricerca di ciò che non ha. Questo avviene per esempio sul piano della conoscenza”. (…)

In quest’ottica, il limite non è semplicemente sinonimo di “imperfezione”, ma è la radice stessa dell’apertura dell’uomo. Proprio l’esperienza dell’indigenza, infatti, che nasce dal limite, porta al fascino delle frontiere. Il limite allora è una scuola capace di insegnarci quale sia il segreto della vita. Chi è appagato non cerca, né lo fa chi è disperato. Cerca invece chi è povero, cioè chi percepisce il limite come caratterizzante la natura umana e ne fa motivo di crescita. In questo senso la persona va concepita in modo che il limite non sia un accidente, ma costitutivo dell’essere”.

   3.   a garanzia dell’umanità della persona

L’antropologia del limite però non può risolversi in uno sterile elogio del limite in quanto tale, né dell’imperfezione in se stessa. Ciò che invece va elogiato è l’essere umano e la sua “umanità”, intesa come qualità essenziale. Un humanum, come ho più volte affermato, che non può prescindere dal limite e dalla coscienza di esso”.

Sorgono due domande. “La prima: l’antropologia del limite non priva l’uomo di una meta, di un ideale? E poi, la seconda: quella che abbiamo chiamato fin qui “antropologia del limite” non favorisce forse il lassismo morale?”.

Alla prima si risponde così: “credo si possa concordare sul fatto che la persona senza ideali e senza meta finisce presto col vivere una vita senza senso. D’altra parte, va riconosciuto che un ideale antropologicamente insostenibile facilmente finisce col determinare un orientamento negativo della persona. Esattamente tale – antropologicamente insostenibile – appare un ideale della perfezione che rifiuta di realizzarsi e di camminare di pari passo con la positiva coscienza del limite”.

Alla seconda invece così: “nel mio ragionamento, ho cercato di sottolineare l’esigenza di riconoscere la contemporanea presenza nell’uomo del senso del limite e del fascino delle frontiere”.Quindi “chi considera l’accettazione del limite come anticamera obbligata e come strada che sfocia inevitabilmente nel lassismo morale, e comunque nella rinuncia al superamento del limite, poggia la sua affermazione su almeno due presupposti errati. Il primo è che il limite di cui stiamo parlando sia, già di per sé, se non sinonimo, almeno frutto di leggerezza e di mancanza di volontà personale e non, come si è detto, dimensione costitutiva dell’essere umano. Il secondo presupposto errato sta nel ritenere che parlare di coscienza del limite e di accettazione di esso coincida tout court con l’esaltazione del difettoso e con l’elogio dell’errore in quanto tale”.

Cita Bonhoeffer: “Quanto più chiaramente viene riconosciuto il limite, tanto più profondamente la persona entra nella condizione di responsabilità”.

Consigliamo di leggere il testo originale ed integrale.

2 Commenti

  1. Paolo Bonini ha detto:

    Il punto è trasformare la ricetta personalista, la concezione antropologica del limite come positivo e necessario, in azione politica.

    Si dovrebbe negli ambiti assolutamente antropologici: vita, accoppiamento, morte. Il legislatore potrebbe intervenire meglio per definire i limiti alla libertà individuale, ma sempre, come sostiene Galantino, accompagnando la legge ad una parlamentare e politica argomentazione; spiegando accuratamente con la stampa il senso delle scelte politiche.

    Si potrebbe mediare in quelli caratterizzanti un particolare tipo di antropologia: i classici temi “sociali”, il welfare. Qui la declinazione personalista può assumere diverse variabili, tutte più o meno compatibili con il senso del limite responsabile.

    Si vorrebbe, in stretta osservanza personalista, estendere a tutti campi della società.

    Certamente, rimettere al centro la filosofia è il primo passo per capire la realtà e trasformare le buone idee in programma politico, e l’azione politica in benessere di tutti. Serve anche a non subire le ideologie “senza senso” dell’economia “tecnocratica”, delle élite innominate, o delle tendenze a creare zone di “sovranità limitata” nel nostro continente.

  2. Vincenzo C. ha detto:

    La riflessione è densissima di spunti.
    Il passaggio iniziale in cui Galantino chiarisce che azioni e orientamenti non si affastellano a caso ma seguono dei presupposti reali e ponderati è coraggiosa e interessante, proprio perchè bisognerebbe capire come acquisire la capacità di vagliare, interpretare e disvelare ciò che spesso rimane “sotto traccia” o “non è esplicitato”. Ciò sarebbe fondamentale per quel processo di appropriazione del reale che, nel nostro mondo mediatizzato e superficializzato, diviene sempre più difficile compiere per ogni persona.
    Incuriosisce parecchio anche il fatto che il segretario della CEI abbia storicizzato quel “mutamento del paradigma antropologico” che erge a idolo la libertà personale (con tutto ciò che di distorsivo ne deriva), collocandolo puntualmente negli anni settanta. Anche questo sarebbe interessante da approfondire, nella misura in cui proprio negli anni settanta – pur essendo state elaborate decenni prima – nella battaglia delle idee prevale una serie particolare di concezioni dell’uomo, dell’economia, delle istituzioni che in seguito definiscono, appunto, un paradigma.
    Infine c’è da domandarsi se la proposta di una “antropologia del limite”, a mio parere valentissima da perseguire in quanto riaggancia l’uomo alla propria intima dimensione umana in tempi di deliri di onnipotenza, possa essere estesa di conseguenza anche ad altre proiezioni dell’umano quali le istituzioni politiche e sociali, i sistemi educativi/culturali, le strutture produttive e del lavoro . E se la Chiesa, da questo punto di vista, non abbia già un patrimonio depositato nella propria dottrina sociale.