Prospettive per una nuova politica – Papa Francesco e le intuizioni di Sturzo

Pubblichiamo, su cortese autorizzazione dell’autore, un articolo di Padre Bartolomeo Sorge SJ, tratto dal numero di marzo 2014 della rivista Aggiornamenti sociali. 

La lunga crisi della società attuale non poteva non portare con sé anche la crisi della politica. Una crisi di natura strutturale,etica e culturale, il cui sintomo forse più allarmante è l’espandersi  del fenomeno del “populismo”, la peggiore infermità che possa colpire la democrazia. Si tratta di una degenerazione devastante che, insieme con il fenomeno dell’“antipolitica”, alligna ogni qual volta la politica perde l’anima etica e la carica ideale. “Populismo” significa privilegiare il rapporto diretto con il popolo e con la piazza, anziché passare attraverso le istituzioni e le regole di mediazione politica, proprie della democrazia rappresentativa.

È una infermità che può risultare mortale, perché, se non è curata prontamente, delegittima le istituzioni e le regole democratiche, alimenta il qualunquismo e il pragmatismo, genera forme inaccettabili di intolleranza. Proprio per prevenire tale rischio, la nostra Carta repubblicana nel suo primo articolo, dopo aver ribadito che «la sovranità appartiene al popolo», aggiunge che essa va esercitata «nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Il populismo nega appunto questo principio fondamentale, porta a sottovalutare gli istituti della rappresentanza democratica a cominciare dai partiti e dallo stesso Parlamento, fino a vedere nel bilanciamento dei poteri (strumento fondamentale per il retto funzionamento del sistema democratico) e nelle istituzioni di tutela democratica (quali il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale)non una garanzia, ma un ostacolo.
I cattolici italiani potrebbero mai assistere inerti a questa dissipazione del patrimonio di vita democratica, che hanno contribuito in forma singolare a creare e a difendere, fino a pagare un prezzo altissimo con il sangue di alcuni dei loro uomini migliori? Potremo mai dimenticare la loro decisiva partecipazione all’elaborazione della Carta costituzionale, alla ricostruzione postbellica, alla rinascita della democrazia dopo il ventennio fascista, alla difesa delle libertà democratiche contro l’attacco eversivo del terrorismo, alla costruzione (anzi, all’idea stessa) della “casa comune” europea?
Ecco perché è necessario trovare finalmente una soluzione al problema, tuttora irrisolto dopo la fine della DC, di individuare un modo nuovo di fare politica, che, da un lato, tragga i cristiani fuori dalla palude della loro attuale insignificanza e, dall’altro, li metta in grado di contribuire, insieme con tutti i sinceri democratici, al superamento della grave crisi politica. Non si tratta tanto di far rivivere forme vecchie di partiti cattolici, che hanno fatto il loro tempo, quanto appunto di elaborare un modo nuovo di fare politica, per rispondere sia alle sfide inedite che la crisi pone al Paese, sia all’invito a rinnovare l’impegno politico, che viene insistentemente dal concilio Vaticano II e dal costante insegnamento sociale della Chiesa.
Oggi, con l’elezione di papa Francesco al soglio di Pietro, si è aperta certamente una stagione nuova della vita della Chiesa e della presenza dei cristiani nel mondo. L’insegnamento “rivoluzionario” contenuto nei gesti e nelle parole del nuovo Papa, pur essendo di natura strettamente religiosa, non può non portare al rinnovamento anche dell’impegno temporale dei cristiani. In particolare, colpisce che nella recente esortazione apostolica Evangelii gaudium  vi siano alcuni passaggi che, senza volerlo direttamente, costituiscono di fatto un aggiornamento del popolarismo sturziano.
L’intuizione di don Sturzo è tuttora l’antidoto più efficace contro la deriva del “populismo” e, nello stesso tempo, rimane fino a oggi la traduzione più coerente e insuperata di quanto la dottrina sociale della Chiesa insegna in tema d’impegno politico dei cristiani. Perfino l’insistenza sulla necessità di promuovere la «cultura dell’incontro», che papa Francesco – pastore di «una Chiesa in uscita» – rivolge indistintamente a tutti, richiama da vicino l’Appello che, il 18 gennaio 1919, don Sturzo rivolse non solo ai cattolici, ma a tutti «i liberi e forti», credenti e non credenti. È importante dunque approfondire questa consonanza dell’insegnamento della Evangelii gaudium con gli elementi fondamentali del popolarismo sturziano. Perciò, compiremo tre passi: 1) anzitutto ricorderemo quali sono gli elementi fondamentali del popolarismo sturziano; 2) poi vedremo che il progetto di don Sturzo finora non si è potuto mai realizzare pienamente; 3) infine, chiariremo in che senso alcuni paragrafi della esortazione apostolica Evangelii gaudium costituiscano di fatto – senza volerlo essere direttamente – una rilettura aggiornata e attualizzata del popolarismo sturziano.

1. Gli elementi fondamentali del popolarismo sturziano

Il popolarismo, più che una elaborazione dottrinale, fu una intuizione. Sturzo non lo concepì a tavolino, non lo dedusse dall’alto della riflessione filosofica, ma lo maturò partendo dal basso, dal terreno concreto dell’azione sociale, nel contatto diretto con le lotte contadine, nella difesa dei ceti medio-bassi, svolgendo le funzioni amministrative che gli vennero affidate. Dinanzi alla necessità di armonizzare le differenti istanze locali, i bisogni e le attese delle classi popolari in vista del bene comune nazionale, l’originalità del popolarismo sta nell’aver intuito che l’antidoto più efficace contro il populismo risiede nell’armonizzare quelli che Sturzo considera i quattro elementi fondamentali della buona politica:

a) Ispirazione religiosa. Il primo elemento di una buona politica sta – secondo don Sturzo – nel porre l’ispirazione religiosa a garanzia dei diritti civili e delle libertà fondamentali. Egli parte dal presupposto che è necessaria una ispirazione trascendente della politica. La dimensione religiosa (in concreto quella cristiana), nel pieno rispetto della laicità – spiega – non può non avere rilevanza anche politica, perché è «la realizzazione concreta del bisogno dell’assoluto », su cui si fondano diritti e doveri; «l’errore moderno è consistito nel separare e contrapporre umanesimo e cristianesimo: dell’umanesimo si è fatta un’entità divina; della religione cristiana un affare privato […]. Bisogna ristabilire l’unione e la sintesi dell’umano e del cristiano». In ciò Sturzo anticipa quello che anche autorevoli esponenti della cultura laica contemporanea (da Benedetto Croce a Norberto Bobbio, da Ernst-Wolfgang Böckenförde, a Jürgen Habermas) affermano sulla necessità che la politica sia alimentata da valori trascendenti di origine religiosa. Sturzo, che sempre si oppose decisamente a ogni forma di confessionalismo anche mascherato, capì che l’ispirazione religiosa era necessaria alla politica. Lo ammise perfino Benedetto Croce, il quale sosteneva che nessun modello di società poteva stare in piedi senza un fondamento etico, ma – aggiungeva – nessun fondamento etico valido vi poteva essere senza il fondamento di una coscienza religiosa. In ogni caso, Sturzo, convinto assertore della laicità della politica, sosteneva che la necessaria ispirazione non dovesse tradursi nel richiamo formale al nome “cristiano” (infatti, fu sempre contrario al nome di “Democrazia cristiana”), quanto piuttosto nel rigore morale e nella tensione ideale del servizio.

b) Laicità. Popolarismo – dice Sturzo –, in secondo luogo, è dare voce a una tendenza della base sociale del Paese, di tutti i «liberi e forti» (credenti e non credenti) che si riconoscono in un programma di cose da fare, ispirato ai valori di un umanesimo trascendente, ma mediati in scelte laiche, condivisibili da tutti gli uomini di buona volontà, in vista del bene politico comune che è laico. Che questa intuizione fosse realizzabile lo dimostra anche la nostra Costituzione repubblicana, i cui valori ispiratori sono chiaramente laici ma, nello stesso tempo, concordano con i principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa: primato della persona, solidarietà, sussidiarietà, bene comune.

c) Territorialità. Sturzo inoltre era persuaso che un popolarismo autentico poteva nascere solo dalla base: la società viene prima dello Stato. Era convinto, perciò, del ruolo insostituibile delle autonomie locali, in seguito all’esperienza diretta che ne fece, come consigliere comunale e provinciale e come pro-sindaco di Caltagirone. Venne da qui il suo impegno regionalista, con il quale si adoperò per porre un argine alla deriva dell’individualismo liberista e populista.

d) Riformismo coraggioso e responsabile. Dai precedenti elementi fondamentali Sturzo derivava il quarto, cioè la natura necessariamente riformista del popolarismo. Il primato della società civile – dice Sturzo – porta diritto al rifiuto del “conservatorismo” e del “moderatismo” e alla ricerca di un riformismo coraggioso e responsabile: «I conservatori – così conclude il famoso discorso di Caltagirone (24 dicembre 1905) – sono dei fossili, per noi, siano pure dei cattolici; non possiamo assumerne alcuna responsabilità. Ci si dirà: ciò scinderà le forze cattoliche. Se è così, che avvenga. […] Due forze contrarie che si elidono arrestano il movimento e paralizzano la vita».
Il vero riformismo, secondo Sturzo, si deve fondare sul nesso tra sussidiarietà e solidarietà. «I mondi vitali, le classi, i Comuni, le Province, le Regioni sono – nella concezione popolare sturziana – gli organi naturali della società. Ognuno di questi organi ha le sue caratteristiche, la sua autonomia, la sua ragion d’essere che nessuno può violare. Nella solidarietà di questi organi tra di loro e in vista del bene comune sta la forza del riformismo democratico, che porta lo Stato a essere sempre più un’espressione adeguata della società, delle sue esigenze, delle sue aspirazioni».

2. Un progetto finora mai completamente realizzato

Questo popolarismo, così come l’aveva esposto don Sturzo nell’«Appello ai liberi e forti», si rivelò un’intuizione prematura. In realtà, il progetto sturziano non si è potuto mai realizzare pienamente.
Il Partito popolare, fondato dallo stesso Sturzo il 18 gennaio 1919, che doveva essere la traduzione fedele della sua intuizione, di fatto d ovette assumere la forma di uno dei tanti partiti ideologici, perché obbligato a confrontarsi con quelli che s’ispiravano all’ideologia socialista, a quella liberale e a quella fascista. Inoltre, ebbe vita breve e gli mancò il tempo di radicarsi nella società: incompreso e ostacolato anche dalla Chiesa, fu soppresso da Mussolini nel 1926.
Neppure la DC di De Gasperi, nata in clandestinità nel 1944, pur ispirandosi a Sturzo, ne realizzò pienamente il progetto. Il partito dello Scudo crociato dovette fare i conti – all’esterno – con le condizioni della ricostruzione postbellica, imposte dai vincitori della guerra, e – all’interno – con un mondo cattolico che, passato attraverso il ventennio fascista, era riuscito a sopravvivere, non però a sviluppare una visione politica autonoma. Il concilio Vaticano II non era neppure all’orizzonte. Lo stesso Sturzo non considerò mai la DC come la realizzazione del “suo” popolarismo.
Dopo la fine della DC, decapitata da Tangentopoli, furono molti i cattolici che videro con speranza la nascita del nuovo Partito popolare italiano di Mino Martinazzoli, il 18 gennaio 1994. Si fece un gran parlare di “neopopolarismo”, cioè di un aggiornamento dell’intuizione sturziana, ma il salto di qualità non riuscì. Anziché dare vita a un nuovo popolarismo, si finì col riverniciare la vecchia DC. Invece dei neopopolari, nacquero i neodemocristiani. Infatti, il PPI di Martinazzoli vedeva la luce, strutturato ancora secondo gli schemi della forma partito ideologica, proprio nel momento in cui le vecchie ideologie stavano giungendo al capolinea. Le esperienze successive della Margherita (2002), dell’Ulivo (2004) e del Partito democratico (2007), pur movendosi nell’ottica della cultura dell’incontro, caratteristica del popolarismo sturziano, portarono di fatto a coalizioni di compromesso e a un progressivo svuotamento dell’ideale originario.

Che cosa è mancato o non ha funzionato?

3. Le prospettive nuove, aperte da papa Francesco

Il ritorno al Vangelo annunziato e testimoniato da papa Francesco ha come scopo principale quello di rimettere in marcia il rinnovamento della vita cristiana iniziato dal concilio Vaticano II e rimasto incompiuto, soprattutto per quanto riguarda la riforma interna della Chiesa. Ovviamente la “rivoluzione” di papa Francesco, con il suo richiamo all’autenticità della fede, apre orizzonti nuovi anche all’impegno sociale e politico dei cristiani.
Ora, proprio su questo tema specifico, alcuni paragrafi dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium 5 – in piena continuità con il Concilio e con il magistero sociale recente – propongono un ideale di politica buona, intesa come vocazione e non come professione:  «La politica, tanto denigrata – scrive papa Francesco –, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune. Dobbiamo convincerci che la carità “è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici” [Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 2]. Prego il Signore che ci regali più politici che abbiano davvero a cuore la società, il popolo, la vita dei poveri!» (EG, n. 205).
Il Papa non si rivolge solo ai fedeli cristiani laici, ma propone a tutti una sorta di «bussola per la buona politica». Enuncia perciò, quasi ne fossero i punti cardinali, quattro «criteri evangelici », necessari per sviluppare «una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia» (ivi, n. 220), cioè il bene comune, che è il fine stesso della politica. A questo punto, colpisce il fatto che questi criteri, enunciati da papa Francesco, corrispondano ai quattro elementi fondamentali del popolarismo sturziano, offrendone una rilettura aggiornata e ampliata. Vediamo come.

a) Il tempo è superiore allo spazio. Questo è il primo criterio evangelico indicato da papa Francesco. Oggi – egli spiega – è molto forte la tendenza a conquistare spazi di potere sempre maggiori per poter ottenere risultati immediati, di cui c’è urgente bisogno; d’altro canto, non è meno urgente realizzare progetti coraggiosi di riforma, i quali però richiedono tempi lunghi. A quale delle due urgenze dare la precedenza per una buona politica? Alla luce del valore trascendente dell’esistenza umana, il Papa afferma che la precedenza deve andare all’impegno di iniziare i processi di cambiamento, più che preoccuparsi di acquisire spazi sempre più ampi di potere. Dice, perciò, che il tempo è superiore allo spazio. «Sono convinto – scrive papa Francesco – che a partire da un’apertura alla trascendenza potrebbe formarsi una nuova mentalità politica ed economica che aiuterebbe a superare la dicotomia assoluta tra l’economia e il bene comune sociale» (EG, n. 205). Come la semina precede il raccolto, così l’elaborazione di un progetto, ispirato ai valori trascendenti, deve precedere l’impegno di accrescere lo spazio quantitativo del consenso e del potere. Oggi è tempo di seminare, non di raccogliere.
Come si vede, il Papa fa una rilettura ampliata di quanto già diceva don Sturzo, quando, escluso ogni confessionalismo e clericalismo, scorgeva nella ispirazione trascendente della religione una condizione necessaria per iniziare i processi di riforma, richiesta da una buona politica. Nel medesimo senso va intesa anche la posizione di papa Ratzinger, quando scrive: «La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità».

b) L’unità è superiore al conflitto. Il secondo criterio evangelico di una buona politica sta – per papa Francesco – nella “cultura dell’incontro”, cioè nell’imparare a vivere uniti rispettandoci nella nostra diversità. «Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Deve essere accettato. Ma se vi rimaniamo intrappolati, perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà» (EG, n. 226). La cultura dell’incontro si fonda sulla cosiddetta «laicità positiva », necessaria a superare gli inevitabili conflitti della vita politica e a «sviluppare una counione nelle differenze» (ivi, n. 228), in un mondo che si globalizza. Laicità diviene cioè sinonimo di solidarietà: diviene, cioè, «uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita» (ivi). E ciò vale nonsolo nei rapporti tra Stato e Chiesa, ma anche nei rapporti tra partiti e gruppi ideologici diversi, non meno che tra i popoli a livello internazionale.
È il medesimo concetto di «laicità positiva», enunciato da Benedetto XVI nel discorso all’Eliseo, il 12 settembre 2008: «In questo momento storico, in cui le culture si incrociano tra loro sempre di più, sono profondamente convinto che una nuova riflessione sul vero significato e sull’importanza della laicità è divenuta necessaria. È fondamentale infatti, da una parte, insistere sulla distinzione tra l’ambito politico e quello religioso al fine di tutelare sia la libertà religiosa dei cittadini sia la responsabilità dello Stato verso di essi e, dall’altra parte, prendere una più chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società». Pertanto, anche il secondo criterio evangelico proposto da papa Francesco può essere ritenuto un ampliamento di quanto diceva Sturzo sul superamento del vecchio concetto illuministico di laicità, di fronte alla necessità della politica, che, pur essendo laica e dovendo rimanere laica, non può fare a meno di alimentarsi anche alla dimensione trascendente della coscienza religiosa.

c) Il tutto è superiore alla parte. Questo terzo criterio evangelico – spiega papa Francesco – chiede che si faccia politica pensando in modo universale, mentre si agisce nel particolare. È necessario fare attenzione alla dimensione globale dei problemi, per non cadere nel provincialismo e nel localismo; nello stesso tempo, però, non va persa di vista la dimensione locale dei problemi, per non finire nel generico o nell’astrattismo: «Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. […] Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia» (ivi, n. 235). Oggi, con un brutto neologismo, si parla di «glo-cale», un termine che unisce i concetti di globale e locale. Anche questo è un modo ampliato d’intendere il territorialismo di don Sturzo. «Il modello non è la sfera […], dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità» (ivi, n. 236). È la traduzione politica dell’esortazione religiosa insistente di papa Francesco: «Andate alle periferie!».

d) La realtà è superiore all’idea. Infine, il quarto criterio evangelico per una buona politica riguarda il rischio, piuttosto frequente, di formulare proposte e promesse chiare, logiche e seducenti, ma irrealizzabili, lontane dalla concretezza della realtà. È la difficoltà di tradurre le idee in realtà. Scrive papa Francesco: «La realtà è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà […] Vi sono politici – e anche dirigenti religiosi – che si domandano perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. Altri hanno dimenticato la semplicità e hanno importato dall’esterno una razionalità estranea alla gente» (ivi, n. 231). La realtà è superiore all’idea.
Anche questo è un ampliamento del discorso che Sturzo faceva sulla necessità di un riformismo coraggioso e responsabile, in grado di coinvolgere direttamente l’interesse e la partecipazione dei cittadini, unendo insieme sussidiarietà e solidarietà. «La pace sociale – scrive papa Francesco, spezzando una lancia in favore del riformismo – non può essere intesa come irenismo […]. Sarebbe parimenti una falsa pace quella che servisse come scusa per giustificare un’organizzazione sociale che metta a tacere o tranquillizzi i più poveri, in modo che quelli che godono dei maggiori benefici possano mantenere il loro stile di vita senza scosse mentre gli altri sopravvivono come possono» (ivi, n. 218).
Sulla medesima linea si muove Benedetto XVI nella Caritas in veritate. Dopo aver ribadito la necessità di «incentivare la collaborazione fraterna tra credenti e non credenti nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace dell’umanità», papa Ratzinger sottolinea: «Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente te connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno» (CV, n. 58).

Qual è, dunque, il senso di questi criteri proposti da papa Francesco?
Non è certo una intrusione sul piano politico. Lo spiega egli stesso: «Nel dialogo con lo Stato e la società, la Chiesa non dispone di soluzioni per tutte le questioni particolari. Tuttavia, insieme con le diverse forze sociali, accompagna le proposte che meglio possonorispondere alla dignità della persona umana e al bene comune. Nel farlo, propone sempre con chiarezza i valori fondamentali dell’esistenza umana, per trasmettere convinzioni che poi possano tradursi in azioni politiche» (ivi, n. 241).

Concludendo, dobbiamo dire che oggi è possibile riattualizzare il popolarismo sturziano, come impegno di tutti per una buona politica, debitamente ripensato, poiché non solo interessa i cristiani impegnati in politica, ma è un valido strumento – offerto a «tutti i liberi e forti» (non solo ai cristiani) – per superare la grave crisi politica attuale, essendo l’efficace antidoto contro il pericolo d’involuzione populista. Nello stesso tempo, l’insegnamento di papa Francesco apre ai cristiani impegnati in politica prospettive nuove e più ampie. È il richiamo non a dar vita a un partito d’ispirazione cristiana, contraddistinto e opposto agli altri, ma a essere tutti missionari, cioè portatori di un ideale alto di politica, fondato sulla cultura dell’incontro, illuminato da valori trascendenti e guidato da criteri etici condivisibili laicamente da tutti.

 

Bartolomeo Sorge SJ

Direttore emerito di Aggiornamenti Sociali

190 Aggiornamenti Sociali marzo 2014

 

3 Commenti

  1. Salvatore Scargiali ha detto:

    Magnifico articolo, grazie Giuseppe. Non voglio sembrare entusiasta per prudenza, a volte si legge cercando conferme alle proprie idee e magari non sempre lo scrittore scrive quello che comprendi, ma l’articolo sembra un tema scritto bene, come io non saprei mai fare, di quello che penso. Inoltre sintetizza in modo chiaro molti concetti di Sturzo che, non avendo letto tutto quello che Sturzo ha scritto, non avevo compreso. Grazie ancora Giuseppe.

  2. Anonimo ha detto:

    Magistrale come al solito Padre Sorge. Solo una considerazione: mai con chiarezza viene fuori l’idea di un partito laico, aconfessionale, di ispirazione cristiana che possa essere catalizzatore per laici e cattolici.Sturzo si distinse non per le tante cose giuste e apprezzate che esponeva, ma per la costruzione di un partito politico all’altezza dei tempi.

  3. Angela ha detto:

    Ottimo articolo nel quale in modo chiaro emerge l’intuizione di don Sturzo, le incomplete attuazioni della stessa nei vari partiti che si sono succeduti.
    Nella Esortazione Apostolica Evangelii gaudium Padre Sorge in maniera creativa scorge la strada attraverso la quale è possibile realizzare l’intuizione originaria di don Sturzo.
    Essa, caratterizzata da una politica “fondata sulla cultura dell’incontro, illuminata da valori trascendenti e guidata da criteri etici condivisibili laicamente da tutti ridona speranza ai laici che desiderano impegnarsi in forma costruttiva in politica.
    A questo punto non resta che mettersi celermente all’opera per il bene del Paese.