Riflettendo sul rapporto fra cattolici e politica.

Premessa

Forse questo mio intervento potrà creare qualche perplessità e sembrare in contraddizione o differente dalle molte delle cose che ho detto, scritto, argomentato e discusso negli ultimi anni. L’essere stato costretto a confrontarmi con quanto la crisi economica ha generato sul piano sociale e sulle soggettività personali, mi ha portato a rivedere molte delle mie convinzioni sociali, economiche e politiche.  Più approfondivo le vicende che si accompagnavano alla “grande depressione”, più mi rendevo conto che quello che stava avvenendo portava in grembo qualche cosa d’inedito. In un primo tempo, come tutti, ho osservato e analizzato la situazione dal punto di vista delle turbative economico-sociali, poi mi sono reso conto ed ho preso coscienza che c’era qualche cosa che andava oltre e che le mutazioni erano molto più profonde. E’ crollata dentro di me l’idea del progresso sociale illimitato, dovevo imparare a fare i conti con le restrizioni e con il crescere della sofferenza sociale generata dalla perdita di lavoro. L’esperienza della disoccupazione e dell’assenza di lavoro è qualche cosa che sta oltre i dati dell’Istat, è per milioni di persone una prova dolorosa che rode la dimensione e le relazioni sociali. Non avere o perdere un lavoro non è solo il venire meno del reddito, è anche la perdita di uno status, di un insieme di relazioni sociali, di autostima e molte volte genera un senso di fallimento personale. La vita famigliare ne è colpita in profondità e i giovani sperimentano una sorta di sottile e incursiva violenza di una società che non riesce a dare una prospettiva.

Come politico mi sono reso conto – e stata una delle ragioni della mia non candidatura alle ultime elezioni – che la crisi economica evidenziava l’inadeguatezza della politica nel gestire e governare questi processi. Mi ha preso un grande senso d’impotenza.

La debolezza della politica e le mutazioni

La debolezza dell’agire politico rispetto alle grandi sfide che veniva a porsi più la crisi durava, è stata quanto mai evidente quando si è ritenuto utile affidare ai “tecnici”, ciò che le forze politiche non erano state in grado di fare.

Mentre mi auguro – per l’Italia- essendo ormai un apolide politico, che il Governo presieduto da Letta possa durare, devo rilevare quanto anch’esso sia la dimostrazione della crisi politica che attraversa il nostro Paese.

 La situazione che stiamo vivendo – ne dovremmo essere consapevoli se non vogliamo arrotolarci nelle illusioni o nella ricerca di un capro espiatorio – non è che la conseguenza di un processo che negli ultimi trent’anni ha trasformato lo scenario del mondo che avevamo ereditato dalla fine della seconda guerra mondiale.

Provo a mettere in fila alcuni elementi di questa mutazione, che oltretutto non è terminata.

  • Fine del bipolarismo mondiale, dello scontro ideologico e affermazione dell’economicismo e del multipolarismo con il consolidamento ed estensione della globalizzazione e interdipendenza economica;
  • Affermazione, in ogni campo del produrre e del vivere, delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione, e della loro pervasività. L’avanzata in forme sempre più pervasive e inclusive della tecnica del cosiddetto Cyborg che stanno modificando, con la logica dell’accrescimento e attraverso l’interazione uomo/macchina, l’idea tradizionale dell’umano, infatti, si parla di post-umano.Le nuove tecnologie stanno cambiando le relazioni sociali, le forme e modi delle  conoscenze e del sapere, la dimensione del tempo e dello spazio, ma anche le nostre vicinanze e l’idea di prossimo ( chi è oggi il mio prossimo?). Il sociale che abbiamo tanto amato e praticato viene progressivamente sostituito dal connettivo.
  • Emersione a livello mondiale di nuove potenze economiche (Bric) e militari ;
  • Supremazia dell’ideologia liberista che ha rafforzato la propensione all’individualismo, il potere e la forza dell’economia e della finanza su tutti gli aspetti della vita umana, individuale che associata.
  • Perdita di valore del lavoro e indebolimento delle sue rappresentanze.

L’elenco potrebbe continuare. L’insieme di questi elementi, intrecciandosi e condizionandosi vicendevolmente tra loro, ha modificato e modifica il mondo, la nostra vita, le nostre relazioni: non siamo più quelli che eravamo.

La prima e la seconda rivoluzione industriale hanno impiegato più di duecento anni per cambiare un mondo che mutava lentamente nel corso dei secoli, oggi la mutazione che sta stravolgendo tutti o quasi i nostri paradigmi avviene in tempi sempre più corti che non si misurano più in anni. Sta cambiando la nostra cognizione del tempo e della distanza.

Il Mutamento e incidenza sulla politica

Cambiamenti di questa natura non sono neutri. Essi hanno inciso e incidono sulle forme della politica e pertanto del convivere .

S’è indebolita l’idea di Stato, di nazione e il mondo è diventato un intreccio di poteri e potenze che non sempre sono poste sotto controllo. La stessa nozione di confine su cui avevamo disegnato il luogo e gli spazi della cittadinanza s’è trasformata, ed è diventata permeabile, attraversabile , mobile e deterritorializzata, come dimostrano le migrazioni e le reti d’internet.

Volenti o nolenti, siamo entrati in una nuova epoca, mentre continuiamo ad usare le categorie politiche sorte con la rivoluzione industriale.

Questo vivere il presente dentro le categorie del passato è ciò che crea difficoltà alla politica e alla sua capacità di rappresentare e di decidere.

Le democrazie occidentali, più di altri regimi, sono condizionate da ciò che si muove nel corpo sociale e quando non riescono a rappresentarlo, s’inibiscono.  Dobbiamo anche costatare che, visto l’andamento delle cosiddette primavere arabe, altre forme di democrazia possono emergere e non saranno sicuramente rispondenti agli schemi della democrazia occidentale, anche se sconteranno momenti di repressione e contrazione come avviene in Egitto o altrove.

L’Italia non è stata risparmiata dalle trasformazioni in corso, anzi ne è stata attraversata e sfidata. Ma non ha trovato le modalità e la forza politica per inserirsi.  Nel corso della cosiddetta seconda repubblica che all’inizio aveva fatto sperare, si è, per una combinazione di situazioni e di fatti, di assenza di governo, la politica si è prosciugata e si è slegata dalla gente, dalla vita quotidiana, si è messa da un’altra parte, ha perso lo spirito ideale e culturale che la doveva animare. Credo, senza tema di smentita, che essa abbia rappresentato, dal punto di vista dell’etica pubblica, uno dei livelli più bassi toccati dalla politica di tutta la storia repubblicana. Non c’è da meravigliarsi se poi non si è stati capaci di affrontare le sfide che la crisi ci poneva dal punto di vista economico-finanziario.

Il discredito che oggi in Italia si manifesta nei confronti della politica, è una malattia che può divenire mortale per la nostra democrazia.

Non mi preoccupa la presenza di Grillo o di movimenti similari che comunque appartengono al gioco e alla dialettica democratica, m’impensierisce molto di più la propensione all’astensionismo che coinvolge molti cattolici.

Il primo compito che come credenti dovremmo assumere indipendentemente dalle scelte di schieramento, è di contrastare il rifiuto e la demonizzazione della politica, spiegando che senza la politica non c’è impegno sociale che tenga, non c’è libertà, democrazia deperisce e s’incrinano anche «corpi intermedi»: sindacati, associazionismo in tutte le loro forme e magari li spingono su strade sterili e illusorie come, purtroppo, sono stati i seminari di Todi.

Ripensare l’idea di politico

I cambiamenti in corso, la diffidenza verso la politica, ci obbligano a ripensare l’idea di politico, in altre parole di quel complesso di attività, di pensieri, di paradigmi, di valori che lo costituiscono. Dire cosa è “il politico” oggi, non è facile ma è necessario cercare di mostrarne alcuni tratti.

Per prima cosa occorre distinguere “il politico” dalla politica, intesa come l’agire esercitato dai vari partiti, associazioni, movimenti, gruppi di pressione per conquistare il consenso, formare le rappresentanze, esercitare il potere, fare leggi, determinare atti giuridici, gestire beni e politiche pubbliche.

I cristiani oggi hanno l’obbligo di impegnarsi per ricostruire “il politico”, ovvero mettere in campo una serie di valori, di azioni, di regole che orientino l’agire politico.

La difesa della sostanza della nostra costituzione, a mio parere, rientra nella ricostituzione del politico. Infatti, la questione essenziale che si presenta oggi di fronte alle grandi mutazioni è di come far vivere le virtù repubblicane, in altre parole la dimensione etica pubblica e di conseguenza dell’agire politico.

I cristiani rispetto agli sconvolgimenti che si stanno verificando in ogni ambito della vita, hanno il dovere, in relazione e dialogo con altri, d’impegnarsi per coniugare la dimensione del potere e della decisione con criteri di giustizia e di equità, elementi che costituiscono i termini dell’uguaglianza dei cittadini. Non basta l’attenzione necessaria e doverosa verso l’uguaglianza occorre che questa sia accompagnata dal contrasto verso le diverse forme di disequità che rompono la solidarietà e le relazioni sociali.

Già Agostino nella “Città di Dio” aveva fatto presente che la politica può diventare cupidigia di dominio e che l’associarsi nello Stato può diventare un’occasione per delinquere: “ Togliete la giustizia, e cosa sono i regni? Se non grandi brigantaggi”. Nei tempi moderni, attraverso i regimi totalitari (cupidigia di dominio), abbiamo sperimentato in modo drammatico questo brigantaggio.

Il cristiano, dice ancora Agostino – e dovrebbe valere anche per noi – deve praticare la politica sapendo che non è in essa che troverà la felicità o la salvezza, per lui la politica deve essere un servizio, la messa in campo della volontà di minimizzare i danni poiché la salvezza appartiene a un altro ordine. Quest’indicazione è ancora valida e richiamarla alla mente ci aiuta a riflettere su quanti danni ha arrecato all’umanità la pretesa di affidare la salvezza a disegni, ideologie o a singole persone.

Fine e nuovo inizi0

Negli ultimi tempi ho maturato la convinzione che la storia di quello che è stato il “movimento cattolico” si sia esaurita. Sono profondamente superate le ragioni che, dopo la rivoluzione francese, quella industriale, la realizzazione dell’unità nazionale, i regimi autoritari e la diffidenza verso la modernità e la democrazia, i tentativi di limitare la libertà della Chiesa, aveva richiesto una mobilitazione del cosiddetto “mondo cattolico”, che si organizzò in opposizione sociale e poi in forma di partito.

Credo che abbiamo oggi il dovere di storicizzare e di rendere evidente come la presenza di partiti di chiara ispirazione cristiana abbia contribuito, in tutta Europa e in modo non marginale e in contrasto con le ipotesi socialiste e liberali, ha dare alla democrazia quel substrato di umanesimo e di socialità che si fonda sulla persona e la sua dignità e non sul mercato, la classe o, peggio di tutto, la razza.

Siamo entrati in una situazione nuova nella quale non credo sia ancora possibile utilizzare il termine “movimento cattolico” con lo stesso significato assunto negli ultimi duecento anni.

Detto questo, devo aggiungere che la questione del rapporto cattolici e politica non si è esaurita. Ogni qualvolta l’Italia è attraversata da profondi cambiamenti e da mutazioni che incidono sulle sue strutture sociali economiche, politiche e di potere, il tema si ripresenta.

Oggi i termini della questione assumono un volto nuovo rispetto a quelli che abbiamo sperimentato nel passato, e il tema della presenza cattolica in politica non più un problema che riguarda i credenti e la libertà della Chiesa, ma il Paese e la sua prospettiva futura.

A mio parere cambiano i paradigmi che hanno segnato la presenza politica dei cattolici in Italia.

 I problemi economici e finanziari con le loro negative ricadute sul sociale e in particolare sull’occupazione e sulla distribuzione dei redditi, impegnano giustamente le nostre attenzioni, ma dobbiamo anche valutare come oggi i fenomeni economici si accompagnino e siano aggravati da una profonda crisi culturale e morale, che tende a mettere in discussione i valori su cui si è fondata la nostra democrazia.

Si viene a riproporre una “ nuova questione cattolica”  che si richiama più ai fondamenti antropologici e sociali comuni  su cui si fonda la nazione e l’Europa.

Avvertiamo le nostre società sono immerse in una perdita di senso, che, generata dal liberismo economico, politico ed etico, ci ha portato a perdere l’orizzonte e a essere smarriti. Siamo una nazione che s’è smarrita, che non sa più cosa è e quale sia il suo ruolo nel mondo e in particolare in Europa.

La nostra impotenza rispetto a ciò che sta insanguinando il mediterraneo è la prova dell’indebolimento morale in cui siamo precipitati, da questo punto di vista la vicenda Siriana è paradigmatica Lo stesso possiamo dire per quanto riguarda il sorgere di pulsioni xenofobe e razziste.

Si può sortire da questa situazione se si è in grado di far agire laicamente e progressivamente le nostre radici culturali, in altre parole il senso profondo di ciò che ha fatto e fa l’Italia e l’Europa. Non sono molto interessato a norme o leggi che stabiliscano questi riferimenti, ma alla determinazione con cui li facciamo agire.

Su questo terreno c’è una responsabilità “cattolica” nei confronti della nostra Nazione che deriva dalla storia cristiana dell’Italia.

 La latitanza

 Non sarà possibile proporre una nuova presenza di cattolici in politica, se quelli della mia generazione (cinquanta/ settantenni) non avranno il coraggio di una profonda analisi dei propri comportamenti.

In questi anni più volte mi sono chiesto: dove siamo stati? La nostra visione di fondo del politico e del fare politica, la tradizione che abbiamo maturato dal dopoguerra e nella costruzione della repubblica democratica, come mai si è evaporata nella seconda repubblica?

La nostra responsabilità non sta nel non essere riusciti a ricostruire o a costruire un partito nuovo d’ispirazione cristiana, ma nel non essere stati capaci di essere una vera alternativa etica e culturale, prima che politica. Non abbiamo compreso che la fine del mondo bipolare, l’affermarsi della globalizzazione, la pervasività delle nuove tecnologie, la crescita delle interdipendenze e l’estendersi della mescolanza multiculturale e religiosa, la fine delle narrazioni ideologiche e il diffondersi del pluralismo, mutava la società, i pensieri, le relazioni e le forme e i modi della politica.

Abbiamo avuto paura!

Invece di cogliere le positività del cambiamento che avanzava e farci protagonisti del nuovo, si è molte volte assunto un atteggiamento difensivo -a volte nostalgico- che nasceva dal permanere nella nostra testa di tratti profondi di una vecchia cultura del potere che ci aveva pervaso.

Non siamo stati  in grado come laici di declinare in visione politica il magistero e la vitalità impressi dagli ultimi pontefici.

Abbiamo abbandonato una storia, sprecato un’eredità e obliato il ruolo che il movimento cattolico e la Dc aveva giocato nella costruzione della democrazia italiana.

Abbiamo preferito accasarci a destra, a sinistra o  tentare di costruire (mia esperienza) il “centro” con materiale consumato.

Alcuni di noi hanno pensato di contaminare con la loro presenza le forze politiche, quelle sopravvissute e quelle che sorgevano, e ci siamo imprigionati.

Abbiamo contribuito a sprecare vent’anni di vita democratica, senza mai declinare un progetto politico. Non abbiamo saputo comprendere l’elemento corruttivo, edonistico e relativista del progetto politico di Berlusconi, ma ci siamo calati nella logica “dell’anti” e “del con”, rinunciando a rappresentare un pensiero alternativo dentro o fuori dai due parti maggiori.

Non siamo solo diventati insignificanti e inincidenti, ma in qualche misura complici di un declino morale.

Diversi amici dicono che è colpa anche degli ammiccamenti verso il centro destra e Berlusconi di una parte della gerarchia ecclesiastica. Non sono però interessato a cercare le colpe di altri che pure ci sono, ma a vedere se noi laici cristiani siamo stati all’altezza delle sfide che ci si ponevano di fronte. Non abbiamo fatto il bene del Paese e della Chiesa, poiché nei confronti dei nostri Vescovi non siamo stati in grado di “ resistere in faccia a Pietro”. C’è stata e forse c’è ancora una debolezza dei laici cristiani che non hanno ancora compiutamente assunto il loro essere Chiesa.

Quanti compromessi abbiamo fatto per salvaguardare dei pezzettini di potere, qualche seggiola e un poco di visibilità personale. Abbiamo subito il fascino di una logica che assegna solo al potere la possibilità di cambiare, indirizzare e orientare la politica, come se il pensiero fosse divenuto insufficiente.

Abbiamo fatto i correttori di bozze mentre altri scrivevano i testi.

Questa mia lettura può sembrare eccessivamente negativa, ma serve per evidenziare i termini della questione.

Sono convinto che in questi anni vi sono stati politici cristiani che hanno agito con serietà e con coscienza, e che  vada comunque rivendicato al mondo cattolico di avere, tramite il volontariato, l’azione sociale, la dimensione caritativa, le esperienze sul terreno della nuova economia, sviluppato una molteplicità di azioni che hanno contribuito fortemente a trattenere lo sfarinamento sociale, anche se non sono riuscite a sfondare sul piano politico

C’è stata, perché non riconoscerlo, una indisponibilità del “mondo cattolico” a farsi associare in nuove esperienze politiche e forse, con il pensiero di poi, non è stato un male. I tentativi, compresi quelli tentati dal sottoscritto, sono falliti, così com’era prevedibile fallissero i seminari di Todi. Suscitato molte attese che purtroppo sono rimaste tali. Come si sono frantumati i tentativi di costruire correnti e componenti “cattoliche” sia nel centro destra che nel centro sinistra.

Si sta aprendo un nuovo ciclo

Sostenuto l’esame critico delle nostre latitanze, dobbiamo oggi prendere atto che si sta aprendo un nuovo ciclo politico. Non sarà un passaggio tranquillo, l’uscita dalla seconda repubblica non sarà facile e dovremo scontare l’attraversamento di molte turbolenze.

L’Italia ha però bisogno di profonde riforme strutturali che:

  • Innovino il nostro sistema produttivo che nell’epoca d’internet e della robotica resta ancora troppo legato al “motore elettrico”;
  • Recuperino, in una logica di nuovo meridionalismo, un ruolo mediterraneo dell’Italia;
  • Rinnovino il nostro sistema di welfare per adeguarlo ai mutamenti e ai nuovi bisogni sociali (sanità, scuola, previdenza, famiglia, disabili e non autosufficienze);
  • Portino fuori dalla falsa dialettica stato privato per affermare la dimensione del pubblico che include il privato, il privato sociale, il non profit, le mutualità e tutte le forme dell’economia di relazione;
  • Colgano l’importanza di salvaguardare i beni comuni;
  • Agiscano sulla modernizzazione del nostro sistema formativo;

L’elenco potrebbe continuare, ma per innescare questo progetto riformatore c’è bisogno di un quadro politico stabile e ben orientato.

Sono convinto che il futuro ci consegnerà un sistema politico formato da alleanze distinte, cioè un bipolarismo diverso da quello sperimentato che tratteneva dentro di sé la tentazione della “vocazione maggioritaria” che l’ha portato a essere molto conflittuale e a inibire le possibilità di governo.

Affrontare il tema dell’accentuazione leadersistica.

Il problema di fondo, su cui si dovrà essere in grado di interferire, sarà, nel prossimo futuro, quello delle leadership, delle élite politiche e dirigenziali a tutti i livelli, quello delle forme e delle modalità partecipative.

Avanza, e lo registriamo ogni giorno, un’idea di democrazia che tende a centrarsi sul leader. Il quale una volta ricevuto il consenso elettorale o quello delle primarie, non dovrebbe avere ostacoli nelle sue azioni e decisioni.

Non essendo sprovveduto, né tanto meno romantico so bene che la storia delle democrazie è sempre stata segnata dalle personalità, pensiamo a De Gasperi, Moro, Fanfani, Togliatti, Berlinguer per rimanere in Italia, il problema non sta tanto nel riconoscere la leadership ma nel definire i limiti del potere del “capo”, senza una riflessione di questo genere ci possono essere dei rischi, degli scivolamenti e delle tentazioni.

A fronte dell’accentramento sulla figura del leader bisogna produrre un bilanciamento e accrescere le funzioni di controllo dei poteri, dunque servono delle nuove élite dirigenti della politica, dell’economia, della finanza e del sociale. In questo senso ho interpretato l’esigenza di nuove classi dirigenti d’ispirazione cristiana avanzate dai Vescovi e da Benedetto XVI.

In una situazione che tende alla polarizzazione del potere, va rafforzato il ruolo dei corpi intermedi che però devono sempre agire in autonomia e non seguire il fascino dell’amicizia di chi detiene o può detenere il potere. Riprendere la lezione di Giulio Pastore e in particolare di Mario Romani sul tema delle autonomie e della politicità propria delle organizzazioni sociali e di rappresentanza, non sarebbe male come utilissimo sarebbe il rilancio del principio di sussidiarietà.

Su questo terreno i cattolici possono dire la loro, anche perché hanno interiormente connaturato l’idea del limite. In questa situazione ci sarà posto per una presenza politica di cattolici?

Dopo l’esperienza che ho fatto in questi anni, mi sono convinto che l’ipotesi di un partito d’ispirazione cristiana non sia più possibile. Può spiacere, ma dobbiamo renderci conto di questa situazione e cercare di viverci dentro. Dovremo sempre più accettare il pluralismo delle scelte e abbandonare l’illusione dell’unità politica per recuperare maggiormente il nostro essere Chiesa.

I cattolici potranno collocarsi in una o nell’altra coalizione. Dobbiamo tenere presente che nel cattolicesimo politico sono presenti diverse culture politiche che solo la Dc, in un particolare contesto storico, ha potuto tenere insieme.

La vera sfida non è tanto l’unità politica dei cristiani, ma come costruire l’unità nel pluralismo. Questa prospettiva può essere possibile se si abbandona l’idea di un partito e si lavora su un versante di una presenza politica nuova e tutta da sperimentare. Il compito che ci si deve assegnare è quello di ridare un’anima all’Italia, prima che alla politica.

Dal basso: una nuova partecipazione

Per i cattolici l’urgenza non è quella di avere posti in Parlamento, ma di creare luoghi di progettazione e di sperimentazione da offrire alla politica, anche a seguito di una mobilitazione culturale e sociale.

Sarebbe utile che prendessero corpo forme d’impegno prepartitico, capaci, a differenza del prepolitico che solitamente si concentra su aspetti particolare, di diventare l’interfaccia tra società civile e responsabili politici. Una nuova presenza, organizzativamente flessibile e capace di dare per scontato i valori e i fini, per concentrare la sua iniziativa sui mezzi:

  • Promuovere partendo dalle realtà di territorio e di comunità una cultura partecipativa:
  • Generare o migliorare quelle esistenti la qualità della partecipazione dei cittadini;
  • Far aumentare la relazione e la fiducia nei confronti delle istituzioni a iniziare da quelle locali;
  • Accompagnare costantemente gli eletti e formare all’impegno;
  • Rafforzare il senso di responsabilità.

Non si deve continuare, su tutta una serie di temi sensibili, a correggere le proposte altrui, ma avere il coraggio di avanzarne di proprie e costringere tutti a misurarsi laicamente su queste.

Ci sono temi sui quali i cattolici possono offrire un contributo di servizio a tutti gli uomini di buona volontà o in ricerca, e aiutare a uscire dall’ideologia liberista o radicale materialista e individualista che ha minato il sociale, la solidarietà e la fiducia nell’agire politico.

Né si può continuare a essere assenti rispetto ai mutamenti che introdurranno le rivoluzioni digitali e biologiche, la deregolamentazione finanziaria, la sfida ecologica e che tutta una serie di mutamenti che fanno presagire uno scivolamento costante verso una nuova era.

E ‘urgente contribuire con idee e proposte, a ripristinare, nelle nostre stanche società, il “gusto del futuro” e il senso concreto e pratico del “bene comune”, che rischia di essere un riferimento astratto. Impegnati nella nostra quotidianità e a livello di base a inventare un nuovo stile di vita e di sviluppo, una nuova legge sulla cittadinanza, una vera solidarietà internazionale.

E’ mia convinzione che bisogna riprendere il tema della pace di fronte a un progressivo scivolamento verso un futuro che può essere messo in pericolo.

Serve che nella nostra società si sviluppino laboratori d’idee, di proposte che si pongano accanto e in dialettica con la politica, i partiti e gli eletti nelle istituzioni. Luoghi come il Festival della Dottrina sociale sono sempre più essenziali e andrebbero moltiplicati. Lo stesso si può dire delle Settimane Sociali che, a mio parere, dovrebbero essere il luogo del confronto, del dialogo tra i laici cristiani impegnati in politica, nel sociale, nell’economia e nelle diverse forme di solidarietà sociale e caritativa. Le vedrei come un Forum dei cattolici italiani.

Si tratta di generare una nuova forma di partecipazione politica, capace mettere in discussione e superare forma partito che abbiamo ereditato dai secoli scorsi. I partiti che abbiamo conosciuto sono figli della società e del conflitto industriale ed erano stati concepiti come strumenti “militari” e identitari per la conquista del potere, tramite il quale poi cambiare la società.

Si dovrebbe invece puntare ad avere forme di partecipazione alla politica intese come vie, percorsi, e capaci di contribuire al governare più che al comandare. Si tratta di creare diffusa capacità e possibilità di organizzare e proporre interventi legislativi, utilizzando tutti gli spazi offerti dalla costituzione (proposte di legge a iniziativa popolare, petizioni, referendum e pressione sugli eletti, ecc.).

Più che una politica che si cala dall’alto pensare a una politica che promana dal basso e che è capace di organizzare dibattiti e incontri, luoghi d’informazione e di formazione, in particolare per le giovani generazioni, capace, oltre che intervenire con competenza sull’agenda politica, di contribuire a selezionare e preparare una nuova classe dirigente e formare nuove elites. Dobbiamo affinare l’uso della rete, intendendola come strumento partecipativo e non solo di connessione con il Leader, come oggi sta succedendo.

I cattolici dovrebbero mettersi nell’ottica di un servizio al rinnovamento della vita pubblica e alla crescita di una nuova ed estesa cultura civica, in collaborazione con tutti i cittadini di buona volontà. Il riferimento fondamentale deve essere la Dottrina sociale della Chiesa, senza proporla in configurazioni integriste ma in forme concrete la cui realizzazione tenga conto della concreta situazione storica in cui si opera, come ci sta insegnando con gesti e parole Papa Francesco, l’opzione verso i poveri, la critica dell’economia dell’esclusione, la riforma della Chiesa sono una serie di questioni che cambieranno il nostro modo di pensare e praticare l’impegno sociale e politico.

Il compito principale

Tutto questo senza mai scordarsi che per i cattolici la questione essenziale non è quella politica o quella sociale, nelle quali devono esercitarsi in virtù della carità, ma è arrivato il tempo cui devono riflettere come trasmettere la fede. Il compito che dobbiamo assumere non è quello di politicizzare il Vangelo ma di evangelizzare la politica e il sociale. Soprattutto come riusciremo a suscitare nelle giovani generazioni lo “stupore” del Vangelo.

La fede cristiana non si alimenta solo con le opere sociali e con l’impegno per la “civitas”, ma se contempla l’insieme del comandamento nuovo: “ amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso” .

3 Commenti

  1. Giuseppe Sbardella ha detto:

    Penso che un certo modo di riflettere sul rapporto fra cattolici e politica sia ormai superato. Ad esempio anche se la rispetto non condivido l’idea di una aggregazione politica dei cattolici.
    Ho pubblicato l’intervento di Savino per un triplice ordine di motivi.
    Il primo perché la sua analisi politica e sociale del momento presente può essere tranquillamente accettata da credenti e non credenti.
    Il secondo perché dichiara appartenente al passato l’ottica dell’unità politica dei cattolici.
    Il terzo riguarda la prevalenza dei contenuti rispetto alle alleanze, lo stare insieme “per cosa” e non “con chi”
    A mio parere, pensando ai contenuti si può benissimo ipotizzare una aggregazione politica di uomini e donne pensanti (a quel punto l’essere o meno credenti è secondario) intorno ad un efficace e moderno programma politico.

  2. giuseppe ha detto:

    Ciao Giuseppe.

    Dopo tante inutili esperienze sono convinto che i Cattolici debbano organizzare dal basso la loro rappresentanza. In un solo Partito, in più Partiti, in un semplice Movimento, non importa.
    Basta credere come allocchi in Politici interessati solo al voto dei Cattolici. Naturalmente Pezzotta, nonostante abbia commesso i suoi errori, non è annoverabile tra questi furbacchioni.

  3. Daniel ha detto:

    il cattolicesimo italiano é GAME OVER

    Papa Francesco nn fa miracoli