violènza s. f. [dal lat. violentia, der. di violentus «violento»]. – 1. Con riferimento a persona, la caratteristica, il fatto di essere violento, soprattutto come tendenza abituale a usare la forza fisica in modo brutale o irrazionale, facendo anche ricorso a mezzi di offesa, al fine di imporre la propria volontà e di costringere alla sottomissione, coartando la volontà altrui sia di azione sia di pensiero e di espressione, o anche soltanto come modo incontrollato di sfogare i proprî moti istintivi e passionali

Dalla violenza fisica si distingue la v. morale, quella che viene subìta dal soggetto a causa del timore indotto in lui dall’azione esterna (o in genere, come sinon. di v. psichica, quella che si esercita sull’animo di una persona, mortificandone lo spirito, soggiogandone, annullandone o limitandone la volontà, plagiandola); nel diritto canonico si prevede inoltre una v. assoluta, che si ha quando la resistenza da parte di chi la patisce è totale (cfr. Dante, Par. IV: vïolenza è quando quel che pate Nïente conferisce a quel che sforza … Voglia assoluta non consente al danno; Ma consentevi in tanto in quanto teme, Se si ritrae, cadere in più affanno).

Sto notando un aumento esponenziale della violenza in ogni campo. Noto violenza verbale, violenza fisica, violenza psicologica praticamente ovunque e in moltissime occasioni mi è capitato di rimanerne vittima.

I due più facili esempi sono:

  1. La violenza dei guidatori nel traffico.

L’automobilista che non dà la precedenza, quello che taglia la strada, quello che si parcheggia in doppia fila perché “ce metto ‘n attimo” e blocca tutta la strada, quello che si parcheggia sulle strisce o su posti riservati e potrei andare avanti per molte righe. Io considero tutti questi gesti espressione di violenza.

  1. La violenza psichica negli ambienti dove ci sono gerarchie (praticamente ovunque!)

Si dicono frasi intimidatorie che portano il più debole, il sottomesso, a cedere a forme di prepotenza e violenza.

Sono stata molto tempo a cercare di spiegarmi il gesto inconsulto di un signore nei miei riguardi qualche giorno fa.

La mia colpa era stata negargli l’attraversamento della carreggiata, senza tra l’altro la presenza di strisce pedonali. Se mi fossi fermata per farlo passare sarei rimasta con l’automobile per metà in mezzo ad un incrocio.

Questo gentiluomo ha divelto con un pugno lo specchietto della mia auto, perché era la cosa che gli rimaneva più a tiro, per farmi capire tutto il suo disappunto.

Non credo che con questa violenza nei gesti quotidiani costruiremo un mondo migliore.

Non credo che il problema di quel gentiluomo sia il clima che sta cambiando o la Cina che sta tracciando una “nuova via della seta”.

A quel signore non hanno mai insegnato a rispettare il prossimo e, tantomeno a mettere al primo posto i bisogni altrui quando dovuto.

Il problema è culturale credo.

Stiamo costruendo una società individualista narcisista, che non riesce a guardare al di là del proprio naso e che spinta da pulsioni materialiste ed effimere non fa altro che girare in tondo sulla ruota dell’insoddisfazione.

Bisognerebbe che ci fosse più cultura della persona, più cultura della comunità e dei valori comuni.

Se non abituiamo i nostri figli, con i nostri atteggiamenti e con le nostre parole, a rispettare il prossimo sfortunatamente non andremo incontro a tempi migliori.

Bastano piccoli gesti.

Dare la precedenza a chi ce l’ha, dire “grazie” quando si riceve un favore, non usare linguaggi scurrili per definire categorie di persone, rispettare il lavoro altrui ed essere umili e disposti ad imparare, perché la conoscenza non finisce con un titolo di studio.

Basterebbe davvero poco per vivere in un mondo migliore.

Un popolo arrabbiato è un popolo malleabile e ad un popolo malleabile si possono chiedere e far fare molte scelte senza venire contestati.

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